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VILLA BERETTA |
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Attività Preminenti |
Riabilitazione
neurologica
Postumi
ictus cerebrale
paralisi:
il danno cerebrale causa una perdita più o meno completa dei movimenti
degli arti del lato opposto alla lesione cerebrale (emiplegia); dopo una
prima fase di paralisi flaccida si ha una ripresa motoria parziale con
residui disturbi rappresentati da attività involontaria di alcuni
gruppi muscolari e debolezza di altri muscoli (emiparesi). Il programma
rieducativo consiste nel prevenire o ridurre i maggiori inconvenienti
causati dalla paralisi (rigidità degli arti, retrazioni e dolori
articolari, lesioni cutanee da decubito) e guidare il possibile recupero
dei movimenti controllati che è in rapporto con la sede e l’entità
della lesione cerebrale: un primo obiettivo ragionevole è il recupero
delle principali funzioni dell’arto inferiore (stazione eretta prima e
quindi deambulazione), un alto obiettivo più
difficile è il recupero funzionale delle attività dell’arto
superiore.
afasia:
sono frequenti disturbi del linguaggio, più spesso negli emiplegici
destri, caratterizzati da difficoltà che di solito prevalgono sul
versante espressivo (il soggetto non riesce a parlare o comunque usa
frammenti di parole o non riesce a comporre frasi significative) ma che
spesso sono presenti anche sul versante della comprensione (il soggetto
non capisce il significato di frasi semplici). Come succede per i
disturbi del movimento si può avere un certo miglioramento spontaneo
nel corso dei primi 15-30 giorni dall’ictus ma poi l’afasia tende a
stabilizzarsi; una precisa valutazione quantitativa e qualitativa dei
disturbi del linguaggio, parlato e scritto, è il punto di partenza per
la formulazione di un programma rieducativo mirato che può durare da
qualche mese a qualche anno in funzione delle possibilità di recupero,
diverse da caso a caso.
Postumi
gravi cerebrolesioni (coma da trauma cranico, da anossia cerebrale)
problemi
motori: il quadro è variabile in
rapporto con l’entità e la sede del danno cerebrale, con il tempo
trascorso dal trauma, con i tempi del risveglio e lo stato di coscienza.
Talora si ha una emiplegia (come nei postumi di ictus cerebrale) ma
spesso la situazione si presenta con movimenti deboli, lenti e ritardati
e le difficoltà motorie possono essere aggravate da retrazioni
articolari e da contrazioni
involontarie di gruppi muscolari spastici. Il trattamento consiste nel
prevenire le complicanze (retrazioni, spasticità) e nel guidare
progressivamente la ripresa delle capacità di controllo della postura
seduta, della stazione eretta, della deambulazione e delle attività
degli arti superiori: questi programmi comportano la necessità di
partecipazione attiva del paziente per cui la loro riuscita è legata
alla attenuazione dei problemi neuropsicologici che fanno parte
del quadro clinico di questi soggetti.
problemi
neuropsicologici:
rientrano in questo ambito difficoltà del linguaggio e afasia, disturbi
comportamentali, facile esauribilità attentiva, difficoltà della
concentrazione e della memoria. Il trattamento non può prescindere da
una valutazione che richiede la somministrazione di una batteria
complessa di test psicometrici spesso diluiti nell’arco di due o più
giornate a causa della facile affaticabilità ed esauribilità attentiva
dei soggetti in esame. Il trattamento vero e proprio comporta programmi
complessi di esercizi mirati ai singoli problemi evidenziati dai test e
si prolunga solitamente per molti mesi, anche dopo la dimissione con
modalità di day-hospital o ambulatorialmente.
problemi
respiratori:
in fase acuta, sono dovuti al difettoso controllo dell’attività
respiratoria per cui spesso si ricorre a tracheostomia ed a ventilazione
meccanica; in fase post-acuta, essendo ripreso il controllo della
ventilazione, restano da gestire residui problemi legati alla
tracheostomia (irritazione delle vie aeree con aumentate secrezioni
bronchiali, stenosi tracheali, granulomi, ritardata chiusura dello stoma
tracheale). Il trattamento prevede un costante controllo del livello di
compromissione respiratoria mediante emogasanalisi e monitoraggio della
saturimetria notturna facendo dapprima ricorso alla ventilazione
meccanica ed utilizzando successivamente manovre di fisioterapia
respiratoria e broncoaspirazioni.
difficoltà
della deglutizione:
come avviene per la respirazione anche il controllo della deglutizione
è compromesso, specialmente nei primi tempi della lesione cerebrale; la
nutrizione del paziente risulta compromessa ed esistono grandi rischi di
inalazione del materiale alimentare nelle vie aeree con successive
complicanze respiratorie acute (polmonite ab ingestis). Il trattamento
urgente consiste nell’evitare l’alimentazione per bocca introducendo
il cibo, precedentemente frullato, direttamente nello stomaco attraverso
un sondino naso-gastrico oppure, quando il problema si prolunga,
attraverso un sondino che entra direttamente nello stomaco attraverso la
parete addominale (PEG). In rapporto con la ripresa progressiva degli
automatismi della deglutizione ed in funzione dei dati forniti
dall’esame clinico e dall’esame radiologico (videofluoroscopia), un
programma progressivo di esercizi rieducativi si attua riprendendo la
somministrazione per bocca di cibi di consistenze diverse.
Spasticità
Si definisce
così l’iperattività di gruppi muscolari degli arti superiori e/o
inferiori sottratti al controllo volontario a seguito di lesioni del
sistema nervoso centrale. La spasticità determina quadri di varia
gravità associati a retrazioni muscolari e deformità articolari,
alterazioni funzionali e posturali, difficoltà nelle pratiche
assistenziali e dolore. In tal modo sono compromesse le possibilità di
recupero, si perdono autonomie funzionali faticosamente recuperate,
aumentano le difficoltà motorie ed i problemi assistenziali.
Il
programma riabilitativo mirante a ridurre o risolvere i danni causati
dalla spasticità fa parte dei programmi più generali di trattamento
del paziente emiplegico, cranioleso o mieloleso: presuppone una
valutazione clinica e strumentale precisa cui deve seguire un
dettagliato protocollo di trattamento che può comprendere esercizi
fisioterapici, blocchi neuromuscolari selettivi, bendaggi funzionali e
splint personalizzati nonché istruzione dei familiari per una migliore
gestione di eventuali problemi assistenziali.
Il team riabilitativo è costituito da medici specialisti, terapisti
della riabilitazione, bioingegneri impegnati nel Laboratorio di Analisi
del Movimento.
Lesioni
midollari
Le lesioni midollari, per lo più di origine traumatica (incidenti
stradali, cadute, attività sportive), causano paralisi agli arti
inferiori (paraplegia) che possono interessare anche i superiori (tetraplegia)
in funzione del livello della lesione vertebrale (lombare, dorsale,
cervicale) e del midollo spinale in essa contenuto. Le conseguenze più
comuni, oltre alla paralisi più o meno estesa, sono difficoltà
urinarie (vescica neurologica), difficoltà intestinali e della
defecazione, possibili lesioni cutanee (piaghe da decubito), problemi
pressori da alterato funzionamento del sistema nervoso vegetativo (disreflessia
atonoma), problemi respiratori (nelle lesioni del midollo cervicale).
Il trattamento riabilitativo nelle lesioni midollari si propone di
prevenire le possibili complicanze (lesioni da decubito, retrazioni
articolari, spasticità, problemi respiratori, infezioni urinarie e più
gravi danni renali, crisi ipertensive….) e recuperare l’autonomia
del paziente negli spostamenti, nella cura personale (pulizia,
abbigliamento, nutrizione). A causa della paralisi degli arti, gli
spostamenti sono di solito possibili in carrozzina ma questo presuppone
uno specifico adattamento della carrozzina stessa, un programma di
rinforzo degli arti superiori e l’addestramento all’uso (superamento
di dislivelli, passaggi letto-carrozzina e viceversa, prevenzione di
lesioni da decubito…). I problemi sono ancora più complessi nei casi
di tetraplegia per la necessità di definire carrozzine particolari
(elettroniche, con sistemi di postura personalizzati).
Del programma rieducativo fa parte l’educazione del paziente
all’autogestione dei problemi relativi alla prevenzione di lesioni da
decubito, di crisi ipertensive e di infezioni delle vie urinarie
(pratica autonoma del cateterismo); nel caso di tetraplegici, questa
educazione deve essere allargata ai familiari ed alle persone incaricate
dell’assistenza quotidiana al paziente dopo la sua dimissione
dall’ospedale.
Il
programma di trattamento comprende, oltre alle problematiche motorie e
funzionali, importanti aspetti psicologici, problemi neurourologici,
problemi respiratori nonché la definizione degli ausili necessari per
recuperare autonomia e facilitare il rientro nel contesto
socio-familiare di provenienza.
Malattie
neuromuscolari
Sono malattie che interessano sistema nervoso e/o muscolatura per
cui la manifestazione clinica più appariscente è la paralisi che
spesso insorge fin dalla nascita o nei primi anni di vita estendendosi a
vari distretti ed aggravandosi progressivamente; la trasmissione
ereditaria di queste malattie è frequente pur con modalità diverse;
salvo eccezioni non sono ancora disponibili terapie in grado di guarire
la malattia o di almeno bloccarne l’evoluzione; la diagnosi precoce e
la prevenzione delle complicanze (retrazioni articolari, scoliosi,
problemi respiratori, problemi cardiologici, difficoltà della
deglutizione) sono i punti fondamentali dell’approccio in associazione
con la prescrizione degli ausili (carrozzina, sistema di postura) e
delle protesi ventilatorie in grado di migliorare la qualità di vita e
prolungare la sopravvivenza dei malati.
A seconda delle malattie e del loro momento evolutivo, dell’età dei
pazienti e del loro potenziale motorio e psicologico, del contesto
socio-familiare e delle relative possibilità assistenziali ed
economiche, il programma medico-riabilitativo deve essere diretto a
mantenere le possibilità motorie residue ed a prevenire retrazioni
articolari, a diagnosticare precocemente le difficoltà respiratorie
(che solitamente iniziano durante le
ore di sonno) ed a trattarle tempestivamente con ventilazione meccanica
non invasiva (attraverso mascherina nasale), a provvedere gli ausili
idonei a facilitare gli spostamenti e la vita di relazione.
Riabilitazione
neuro-uro-ginecologica e proctologica
Vescica
neurogena:
si indicano con questo termine le disfunzioni vescicali causate da una
lesione delle vie e centri nervosi che regolano il normale funzionamento
della vescica ; essendo il basso tratto urinario sottoposto ad una
complessa regolazione neuromuscolare, per quanto riguarda sia la raccolta di urina
in vescica che l'espulsione volontaria, una
lesione neurologica a
livello cerebrale, midollare oppure delle radici nervose sacrali, può
comportare un deficit più o meno grave della capacità di trattenere
l'urina (incontinenza) e di svuotare la vescica (ritenzione).
Le persone con
malattie o lesioni del midollo spinale oppure colpite da ictus cerebrale
hanno frequentemente i disturbi correlati alla vescica neurogena: appena
dopo la lesione, indipendentemente dal livello, si instaura la
cosiddetta fase di vescica da shock in cui il viscere si comporta come
un serbatoio in grado di riempirsi ma non in grado di mandare al
cervello uno stimolo e
soprattutto non in grado di svuotarsi.
E'
fondamentale in questa prima fase, provvedere ad un corretto svuotamento
del serbatoio vescicale all'esterno al fine di evitare sovradistensioni
della vescica e infezioni delle vie urinarie. E' necessario inoltre in
questa fase, salvaguardare il canale che dalla vescica porta l'urina
verso l'esterno (uretra) evitando appena possibile l'uso di un catetere
fisso che può provocare seri danni a livello dell'uretra.
Il mezzo più efficace per effettuare lo svuotamento vescicale è il
cateterismo intermittente ad orari prestabiliti con tecnica sterile.
Dopo qualche settimana oppure qualche mese dall'insorgenza della lesione
neurologica, generalmente termina la fase della vescica da shock e si
possono, in linea generale, verificare due situazioni tipiche a seconda
del livello della lesione; in questa fase è molto importante, per
impostare il trattamento più adeguato, eseguire gli esami che mostrano
l'evoluzione nel comportamento della vescica (esame urodinamico,
videourodinamico) ed il buon funzionamento dei reni (esami di
funzionalità renale, nefroscintigrafia).
La
prima situazione si ha per lesioni che hanno colpito
il midollo sacrale (tratto più basso del midollo spinale) in cui
si localizzano i centri da cui parte l'impulso per la contrazione
vescicale: in questi casi, superata la fase di shock
spinale, non si assiste alla ricomparsa
dell'attività contrattile e la vescica rimane un serbatoio in
grado di riempirsi ma non di svuotarsi. E' necessario in questi casi proseguire
col cateterismo intermittente che deve essere autogestito quando
possibile (autocateterismo).
La seconda situazione si ha per lesioni che hanno colpito il midollo al
di sopra del tratto sacrale oppure l'encefalo; in questi casi i centri
che controllano lo svuotamento della vescica ed il coordinato
rilasciamento degli sfinteri sono integri e ciò consente generalmente
una ricomparsa dell'attività contrattile vescico sfinterica che non è però volontaria e coordinata (iperreflessia
vescicale con dissinergia fra
vescica e sfinteri) può, se non trattata in maniera corretta, diventare
rischiosa per la funzione renale.
In questi casi l'obiettivo uroriabilitativo è raggiungere il quadro
chiamato "vescica bilanciata" ovvero un serbatoio in grado di
svuotarsi con basso residuo post minzionale e con pressioni non a
rischio per i reni, mantenendo un accettabile grado di continenza fra
uno svuotamento e l'altro.
Le manovre utilizzate comprendono lo svuotamento riflesso attraverso la
percussione sovrapubica oppure il cateterismo intermittente
associato se necessario a farmaci che riducono o eliminano
la contrattilità vescicale.
Da alcuni anni, in casi selezionati, si utilizza la tossina botulinica
per ridurre la spasticità della vescica e dello sfintere striato
uretrale.
Incontinenza
urinaria:
è una condizione di perdita involontaria di urina che costituisce un
importante problema sociale ed igienico; l'incontinenza
da sforzo si verifica quasi esclusivamente nella donna, in
concomitanza di colpi di tosse, starnuti, attività fisica;
l'incontinenza da urgenza è
più frequente nella donna ma può interessare anche l'uomo, si verifica
in concomitanza di uno stimolo minzionale urgente
non sopprimibile e spesso si associa ad elevata frequenza
minzionale; l'incontinenza mista ha caratteristiche sia da sforzo che da
urgenza; l'incontinenza post prostatectomia
si può verificare nei maschi dopo un intervento di resezione
della prostata.
I
meccanismi fisiopatologici variano
a seconda del tipo di incontinenza e generalmente non comprendono
alterazioni neurologiche; l'incontinenza da sforzo può essere causata
da una debolezza della muscolatura del pavimento pelvico, da una
ipermobilità del collo vescicale per deficit dei meccanismi di supporto
e sospensione muscolo legamentosi, per deficit uretrale sfinteriale;
l'incontinenza da urgenza è correlata ad una instabilità della vescica
che è eccessivamente sensibile e contrattile; in caso di asportazione
della prostata si riducono
le resistenze del collo vescicale e del
primo tratto dell'uretra.
La
diagnosi e la classificazione del tipo di incontinenza
sono indispensabili per
definire il programma terapeutico;la raccolta di informazioni
anamnestiche è essenziale: occorre riconoscere il tipo di disturbo,
l'esistenza di fattori favorenti (menopausa, post partum, stipsi,
attività sportiva, lavoro pesante), eventuali difficoltà motorie
(deambulazione), recenti interventi chirurgici ginecologici o urologici),
aspettative e motivazione a risolvere il problema.
L'esame clinico serve non solo a completare la diagnosi ma anche a
seguire l'evoluzione dei sintomi in corso di trattamento ed a valutare i
risultati dello stesso: consiste in una valutazione della obiettività
pelvi perineale per quanto riguarda trofismo,eventuali cicatrici, segni
di infiammazione, forza muscolare, riflessi e sensibilità.
Il sintomo incontinenza deve essere poi misurato con varie modalità
(test del pannolino, diario minzionale, questionario di autovalutazione)allo
scopo di quantificare l'entità del problema e verificare
successivamente i vantaggi ottenuti con il trattamento.
Le tecniche rieducative, per lo più associate fra loro, consistono in:
Precisa
e dettagliata informazione-educazione della persona incontinente per
conoscere i dettagli anatomici e funzionali essenziali, per rassicurare
e sdrammatizzare la situazione, per motivare ulteriormente verso una
partecipazione attiva al trattamento,
Lavoro
muscolare di rinforzo del pavimento pelvico soprattutto nei casi di
incontinenza da sforzo e dello sfintere uretrale nei prostatectomizzati,
Utilizzo
di un bio-feedback strumentale o verbale per obiettivare la contrazione
dei muscoli e facilitare il
controllo volontario da parte della persona incontinente,
Elettrostimolazione
funzionale, sempre per rinforzare la muscolatura perineale oppure per
inibire la contrazione vescicale in caso di incontinenza da urgenza,
Rieducazione
comportamentale basata sulla presa di coscienza della frequenza
minzionale e della possibilità di controllarla volontariamente.
Questo
complesso programma, diagnostico e terapeutico, comporta
interventi coordinati da parte dell'equipe specialistica
comprendente medici (riabilitatore, ginecologo, urologo), terapisti
della riabilitazione ed infermiere professionali
oltre alla collaborazione ed attiva partecipazione da parte della
persona incontinente. Viene solitamente realizzato con modalità
ambulatoriali, con cicli di sedute che si prolungano per qualche
settimana e consente di
ottenere buoni risultati.
Incontinenza
fecale:
si definisce come l'incapacità di trattenere a volontà le feci; è un
disturbo fortemente invalidante per gli evidenti riflessi sulla vita
affettiva e lavorativa di chi ne è colpito e negli anziani e nei
disabili questo problema accentua
il bisogno di
assistenza. Si distinguono alcuni tipi di incontinenza:
Incontinenza
anale da sforzo: la perdita di feci si verifica durante sforzi
fisici, con i colpi di tosse o starnuti, in caso
dunque di un repentino aumento della pressione addominale non compensato
da un adeguato aumento riflesso della pressione nel canale anale.
Incontinenza anale da urgenza: si verifica quando lo stimolo alla
defecazione è urgente e lo sfintere anale esterno non
riesce a contrastare la spinta propulsiva rettale se non per
pochi secondi.
Incontinenza anale totale: gli sfinteri anali (interno ed esterno)
risultano deficitari con perdita continua di feci.
Spesso la causa del disturbo consiste in una lesione muscolare
sfinterica anale oppure in un deficit della contrazione sfinterica da
sofferenza dei nervi che regolano tale attività.
La diagnosi si basa su: anamnesi generale con particolare riguardo alla
funzione gastro intestinale ed alle abitudini alimentari, esame
obiettivo perineale e ano rettale, studio radiologico-ecografico morfo funzionale
(defecografia, ecografia anorettale),
studio funzionale delle pressioni e della sensibilità ano rettale (manometria),
elettromiografia nei casi
di sospetta sofferenza nervosa.
Il trattamento riabilitativo si basa su un approccio rieducativo e
correttivo circa le abitudini alimentari
(che se scorrette possono essere concausa del disturbo) e su
tecniche di rinforzo muscolare e di
miglioramento della sensibilità rettoanale(chinesiterapia,
elettrostimolazione, biofeedback).
Stipsi:
è un disturbo diffusissimo che
consiste nella riduzione della evacuazione spontanea a due
giorni la settimana
o meno; le persone che soffrono di stipsi
riferiscono inoltre di evacuare con difficoltà e con dolore a
causa di feci talora molto dure. La stipsi può riguardare persone di
ogni età ma è più frequente in età avanzata e nel sesso femminile.
Schematicamente si possono distinguere due tipi di
stipsi, una di tipo colico, legata ad una alterazione della
motilità intestinale del
colon ed una di tipo
anorettale, legata ad alterazioni motorie del tratto terminale del
canale intestinale ed a disfunzioni del pavimento pelvico ; in
quest'ultima situazione la muscolatura pelvica
invece di rilasciarsi fisiologicamente all'atto della defecazione
, si contrae in modo paradosso (dissinergia
) ostacolando il passaggio nella ampolla rettale del contenuto fecale
(stipsi ostruttiva).
La
diagnosi del tipo di stipsi si basa su una corretta
e mirata anamnesi (scheda- diario) oltre che su esami strumentali
quali la colonscopia, la defecografia, lo studio del tempo di transito
intestinale, la manometria anorettale.
Il
trattamento riabilitativo trova indicazione nei soggetti con stipsi
ostruttiva cronica e si basa su un vero e proprio training
alla defecazione (correzione di abitudini scorrette) e su
tecniche di biofeedback anorettale.
La
riabilitazione proctologica, analogamente a quella
urologica, viene effettuata con sedute ambulatoriali
e richiede motivazione e partecipazione attiva da parte della
persona sofferente di
incontinenza o stipsi ostruttiva.
Riabilitazione
respiratoria
Bronchite
cronica, enfisema, asma bronchiale
In
queste condizioni patologiche, indicate come broncopneumopatie croniche
ostruttive, la meccanica respiratoria è alterata con torace irrigidito,
la muscolatura respiratoria lavora in condizioni difficili, le vie aeree
sono in parte ostruite e la funzionalità respiratoria compromessa: le
conseguenze sono date da catarro bronchiale, mancanza di fiato, scarsa
ossigenazione (specie durante uno sforzo) ed insufficiente eliminazione
di anidride carbonica.
La riabilitazione respiratoria si propone di contrastare l’evoluzione
di questo quadro cronico verso l’insufficienza respiratoria acuta: le
basi del trattamento sono rappresentate da ossigenoterapia (a dosi
adeguate al bisogno e con modalità tali da consentire un uso continuo
dell’ossigeno terapeutico), da esercizi respiratori di mobilizzazione
toracica, di rilasciamento muscolare e di disostruzione delle vie aeree,
da esercizi di ricondizionamento per contrastare l’indebolimento
diffuso della muscolatura corporea.
Queste modalità di trattamento presuppongono una diagnostica accurata
dei problemi respiratori con spirometria per quantificare flussi e
volumi di aria ventilata, emogasanalisi per documentare i valori dei gas
respiratori nel sangue, studio del sonno per verificare l’esistenza
ulteriori peggioramenti della funzione respiratoria durante la notte.
Postumi
di chirurgia toracica o addominale
Dopo interventi chirurgici che interessano torace o addome,
la compromessa meccanica respiratoria può causare difficoltà sia
nell’inspirazione profonda che nell’espirazione forzata e nella
tosse: possono quindi insorgere complicanze infiammatorie a carico di
bronchi e polmoni. Un trattamento fisioterapico respiratorio mirante a
facilitare l’espettorazione delle secrezioni bronchiali e ad aumentare
gli scambi respiratori può andare in parallelo con il recupero della
mobilità generale e dell’autonomia nelle attività quotidiane e
risulta particolarmente utile nei casi di chirurgia più impegnativa
(chirurgia polmonare, cardiaca, vertebrale….) e in soggetti con
funzionalità respiratoria già limitata prima dell’intervento
chirurgico (soggetti anziani, broncopneumopatici, affetti da altre
patologie limitanti la mobilità toracica…)
Disturbi
respiratori nel sonno
Nel
sonno possono verificarsi pericolose riduzioni dell’ossigenazione per
cause diverse (ostruzione delle vie aeree per esempio in bronchitici
cronici o anche in russatori; riduzione dello stimolo nervoso al respiro
per ridotta attività dei centri nervosi che controllano questa funzione
vitale). In associazione alla ridotta ossigenazione nel sangue arterioso
(ipossiemia) si riscontra un aumento dell’anidride carbonica
(ipercapnia). I disturbi conseguenti sono rappresentati da sonno
superficiale, frequenti risvegli, torpore mattutino e mal di testa,
senso di stanchezza, riduzione di memoria e attenzione, sonnolenza
diurna.
Per la diagnosi occorre associare alle prove di funzionalità
respiratoria (spirometria, emogasanalisi) lo studio del sonno con
registrazioni dell’attività encefalografica, dell’elettromiografia
relativa ai movimenti oculari (che involontariamente si verificano nel
sonno), dei movimenti respiratori di torace e addome, dei rumori
respiratori (russamento), delle variazioni di ossigeno e anidride
carbonica nel sangue.
Sulla base di questi dati si possono definire le caratteristiche e la
gravità dei disturbi respiratori nel sonno, si può impostarne il
trattamento e successivamente verificarne l’efficacia. Il trattamento
è in rapporto alle cause ed alla gravità dei disturbi: si basa più
raramente su indicazioni chirurgiche (per togliere ostacoli al passaggio
di aria nelle vie aeree) e più spesso su indicazioni per ridurre il
peso (quando si tratti di soggetti obesi) e sull’impiego durante il
sonno di un apparecchio di ventilazione
(a
pressione positiva continua) con precisi parametri di utilizzazione.
Ventilazione
meccanica
In diverse
situazioni di insufficienza respiratoria cronica l’impiego di un
apparecchio di ventilazione meccanica può contribuire a migliorare
decisamente le condizioni del paziente: l’impiego di una ‘protesi’
ventilatoria si sta diffondendo a causa delle migliorate possibilità di
diagnosi e conoscenze dei meccanismi causali dell’insufficienza
respiratoria e per il fatto della disponibilità di apparecchiature
valide, portatili, per uso domiciliare ed aventi un costo relativamente
contenuto. La ventilazione meccanica domiciliare, attuabile in modo non
invasivo (cioè non per tracheostomia) attraverso una mascherina nasale
o, più raramente, mediante un boccaglio o una maschera facciale è
prevalentemente indicata per uso notturno in soggetti con difficoltà
respiratorie nel sonno da cause diverse (malattie neuromuscolari,
disturbi ostruttivi, russamento). In funzione dei problemi presentati si
possono avere soluzioni diverse per tipo di apparecchiatura e per
modalità di ventilazione: anche in questi casi occorre effettuare una
valutazione precisa del quadro clinico, delle necessità del paziente e
delle possibilità organizzative e assistenziali del suo contesto
familiare allo scopo di indicare una soluzione ragionevole e adeguata
alle difficoltà respiratorie del singolo.
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